Chianti Colli Senesi 2005, Pacina, 13 gradi.


Per alcuni anni, prima che partissi per l’Inghilterra, andare a Pacina a prendere il vino e’ stata per me una tappa obbligata, quasi un rituale che scandiva i miei viaggi quando giungevo dalle parti dell’uscita Bettolle-Valdichiana, perché risalivo o scendevo lo Stivale, oppure perché avevo faccende da sbrigare in Umbria. Prima o dopo l’orario d’ufficio lasciavo l’autostrada, infilavo la quattro corsie per Siena, e come uscivo per Castelnuovo Berardenga il paesaggio cambiava: quello mio interiore, perché al profilarsi delle colline morbide, delle massicce zolle lavorate, mi sentivo trapassare nella calma di un ambiente quasi arcano, rarefatto, dove il tempo era un concetto relativo, a un tempo fluido e immoto, dove l’apparire di un contadino con la vanga poteva destare una sorpresa come fosse l’esalarsi di uno spirito dalla terra stessa, e restava addosso quel senso di dubbio se si trattasse di realtà o immaginazione.
Pochi i chilometri, breve l’attraversamento di borgate dai mattoni antichi, di finestre chiuse e segrete anche quando spalancate, di misteriosi silenzi, indistinguibili nel rinserrarsi di una corte o nell’aprirsi sul più solenne e vasto dei paesaggi: la sequenza immota dei colli delle Crete Senesi. Poi, ancora, un bivio e una strada bianca in leggera discesa, bordeggiata di campi e di ulivi, da percorrersi adagio: imparai negli anni a percorrerla sempre più lentamente, giù, fino al cancello della casa di Giovanna e Stefano. Casa, si badi, non azienda: perché qui l’atto agricolo e’ una scelta di vita, nella rinuncia ai veleni, nella coltura non intensiva, nella biodiversità, atto d’amore verso i propri figli e la terra. Casa, si badi, non villa, seppur della villa avrebbe le dimensioni e la maestà: perché qui nella terra si affondano le mani, nell’aria si vive l’autunno, l’estate, l’inverno, la primavera. Oggi Giovanna e Stefano sono famosi, anche grazie ad un recente film di Nossiter che li ha messi in luce con altri celebri vignaioli cosiddetti “naturali”; allora lo erano meno, ma io ricordo l’amabilità e la familiarità della loro accoglienza, che non penso sia mutata.
Questo Chianti Colli Senesi 2005 e’ la prima annata che comprai da loro, una mattina presto, col cielo grigio e freddo. Stefano mi mostro’ i campi e l’antichissima cantina ipogea, prodigo di spiegazioni a me curioso che allora cominciavo ad appassionarmi pericolosamente al vino. Lo ricordo com’era allora, questo rosso: affascinante ma difficile, angoloso ma sincero, potente ma scattante; vino decisamente non per tutti, certo lontanissimo rispetto a certi Chianti scialbi o viceversa grassamente caricaturali che con troppa facilità si trovavano allora e che con eccessiva frequenza qua e la’ spuntano ancora. Lo apro dopo un lungo riposo nel mio buio e umido sottoscala toscano, curioso della sua evoluzione. Ed ecco che ho immediato il manifestarsi di un evento meraviglioso, l’epifania di un trasfigurarsi quasi della materia grezza in altra più nobile; o piuttosto l’elevarsi ad una dimensione spirituale nuova. Perché al levar del lungo tappo, subito una vibrazione aromatica pervade l’aria, non ha bisogno di respirare per mostrare evidente un nuovo assetto aromatico; se gli lascerò del tempo sarà per assestare la sua bocca, ancora percussiva, come d’un uomo che dopo un lungo silenzio d’eremitaggio, trovate grandi cose da dire, abbia foga di rivelarle tutte in un appassionato spasimo. Attendi ancora dodici ore, coperto da una garza, distenditi, schiarisciti la voce. Solo in seguito, nel calice, rosso rubino scuro, espressivo, cupo come nube gravida di temporale, ma ancora trasparente, signorile, espressivo, appena velato perché non filtrato, impercettibilmente granato sull’unghia, formando lacrime lentissime, fitte, quasi immobili, rilascia un aroma molto intenso, pronunciato, lento anch’esso e segreto, una sinfonia inesorabile e grave di impressionante complessità. Se hai note ancora fresche di fiori e frutta nera e rossa (ciliegie,amarene, prugne, mirtilli, more di rovo) queste sono avvolte e circonfuse come di accenti arcani, come una nebbia avvolge gli oggetti la notte: e sono il ginepro, il tabacco, l’alloro, lo zenzero, il rabarbaro, l’incenso, la terra bagnata, l’asfalto, il catrame, la torba, le pelli ed i legni antichi; ma sono come trame che formano un velo spesso e prezioso, che avvolge e esalta segreti più preziosi e non detti. Non ti sottrarre, amico, amica che mi leggi, al sorso: avrai in te allora il suo corpo profondo, diritto ma ampio, nervoso in centro come lama sottile, ma rilassato ai fianchi e tuttavia in modo conciso e disciplinato; ne avrai la bocca felicemente piena ma pulita e appagata dalla sua alta acidità’, dal suo essere secco, lunghissimo, complesso, capace di affondare nella carne del tuo palato e penetrarti dentro ma con il piacere di una carezza circonfusa, con l’invito a scoprire meandri gustativi e infinite consistenze, sorretto da un tannino abbondantissimo, granitico, terroso, ma tuttavia per nulla sgradevole, anzi, piacevolmente ruvido come una pietra sbozzata o la corteccia di un albero sul quale sia bello posare la mano e lentamente lasciarla scorrere; e gli assicura anni di vita davanti. C’è qualcosa di commovente in lui che non si può dire con le parole, qualcosa di profondo e sacrale in un senso misterioso, primigenio e arcaico, che verrebbe da dire etrusco: perché il materiale si fonde con lo spirituale, in un continuo che annulla i rispettivi limiti, dove la vita e la morte non sono eventi separati, ma due facce di un eterno fluire che non conosce cesure.
Mi invita a tornare indietro sui miei passi, a ripercorrere ancora la strada che porta a Pacina, o in un qualche altrove. La sua storia, oggi, con un piccione ripieno e la mia famiglia intorno. (14 luglio 2014)

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