Zinfandel Napa Valley 2011, Frog’s Leap, 14 gradi.


Quando parli di vini californiani con certi appassionati, questi sgranano gli occhi ed assumono un’espressione corrucciata e sdegnata; altri -ma sono ormai una retroguardia, come quei giapponesi che continuavano a combattere sulle isole del Pacifico sebbene la guerra fosse finita- cadono ancora in visibilio, quasi vedessero una rediviva Marylin ancheggiare sul marciapiede delle star.
Io lascio passare entrambe le reazioni, perché hanno un loro fondamento ed un significato storico. Certo che l’associazione mentale Napa Valley e Zinfandel e’ quella che ancora promette vinoni larghi, facili, imbellettati e tecnicamente perfetti. Vai pero’ a provare questo di Frog’s Leap e ti potrai sorprendere, trovando un vino rosso rubino fitto si’, ma pur sempre trasparente, non impenetrabile. Ed al naso avrai aromi freschi, di frutta: ciliegie mature, marasche, prugne, perfino un po’ della freschezza pungente della mela rossa. E poi tanto tabacco, pelle e liquerizia dolce. Va bene, lo ammetto: ci troverai anche le note dolciastre della vaniglia, del cocco, che derivano dalle barrique, un po’ firma e suggello dei rossi californiani; ed in bocca anche un rimarchevole residuo zuccherino che lo fa andare sull’abboccato; ma anche una trama carezzevolissima, di morbidissima seta, passante e flessibile, leggera come ali di farfalla ed allo stesso tempo un poco oleosa, in maniera piacevole; tannino misurato e finissimo, acidità stuzzicante ed una persistenza finale se non lunghissima mirabilmente sfumata, digradante come la sabbia di una lunga spiaggia lentamente scivola e si confonde nelle onde del mare, naturalmente. Una dissolvenza perfetta, che nemmeno un grande regista di Hollywood, come poche ne ho sentite pure in vini di ben altra ambizione e blasone. Sarà che -si dice- e’ vino biologico e biodinamico; più che altro, senza tante cerimonie, e’ un bel vino da bere e condividere con gli amici, per quel suo essere solare, di compagnia, intelligente, ma non troppo profondo; sono altre magari le occasioni della poesia, i vini dei filosofi e degli artisti. Lui non ha svolazzi di fantasia, ma è preciso e non delude. L’ho gustato proprio su un piatto della compagnia: costine alla griglia; ma sul maiale rifiniva un po’ troppo dolciastro. Allora, perché non cercare i gusti più delicati del manzo, o dell’alce?

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