Il mio Lambrusco 2012, Camillo Donati, Lambrusco dell’Emilia IGT, 12 gradi.


Ricordo tanti e tanti anni fa una gita in Emilia con gli amici; o meglio un pranzo in campagna, non lontano da Busseto e meno ancora da quella frazioncina delle Roncole che vide nascere il genio verdiano ed il piccolo Peppino sgattaiolare tra i tavoli dell’osteria paterna per arrampicarsi su su, in chiesa, sull’organo, ed esercitarsi a 6, 7 anni; a 8 già pigliava un piccolo stipendio.
Ricordo la giornata bella e lucente di un sole che contornava di grazia e precisione geometrica il bordo dei campi, le zolle dalle sfumature infinite di nero e marrone, i fili d’erba e gli alberi da frutto, i mattoni grezzi delle case: quasi a sottolineare che in quella terra si celebrava il connubio tra una rarefatta eleganza ed una terragna rusticità. I piatti sugosi della Trattoria Vernizzi! Avevano una stanza seminterrata alla quale si accedeva da una delle sale, attraverso una porta segreta mimetizzata nel muro, dove stagionavano maestosi,odorosi, i culatelli. La vera sorpresa però era il vino: un Lambrusco fatto da loro, buonissimo, corposo, che veniva aperto e velocemente adagiato sul tavolo con la bottiglia in bilico sul bicchiere, perché doveva espellere la spuma: purpurea, profumata, gorgogliante, indomita e incontrollabile. E mi piaceva ed affascinava, così selvaggio, ribelle, focoso, indomabile. E perché accadeva? Ma perché era un Lambrusco artigianale e rifermentato in bottiglia, non nei grossi serbatoi a pressione ( autoclave) come quelli che avevo assaggiato fino ad allora. Ogni bottiglia la sua storia e la sua riuscita. Tornai anni dopo alla Trattoria Vernizzi, ma qualcosa mi parve cambiato e quel Lambrusco non c’era più, sostituito da altro in bottiglia. Buono, ma più anonimo. Questo di Camillo Donati, scapigliato com’e’, ecco, mi ricorda quel Lambrusco della Trattoria Vernizzi. Intendiamoci: Donati non coltiva le viti nella Bassa, lui ha il privilegio della collina parmense, in quel Langhirano così ben ventilato da essere celebre “urbi et orbi” per la stagionatura dei prosciutti; di più: vigne a quote rare, sebbene coltivi lambrusco maestri, in genere più acclimatato in pianura. Però Donati lo rifermenta in bottiglia il suo Lambrusco; di più: biologico certificato in vigna, poco o nulla di chimico usa in cantina, ed allora la seconda fermentazione può anche non partire…e addio bolle. Ci vuole del coraggio; oppure basta essere di saldi principi. Ma poi lo apri e lo versi, e tutto ribolle di una spuma grassa, che ha la sensualità della carne delle donne del Correggio e giù giù fino a quelle di Fellini. Non trasparente, ma quasi impenetrabile e sempre più opaco via via che ci si avvicina della bottiglia al fondo, di un rosso che va dal quasi granato al purpureo. Granato? Piuttosto il colore e" quello indecifrabile e démodé di una melagrana matura. Eppure ti incanta come al riguardare occhi femminili, di brace, di quelli che ti fulminano. E l’aroma spiazzante, lontano dai canoni moderni, dove a fragole e rose (ma bada: vere, naturali, come quasi le abbiam dimenticate) si associano aromi ferrosi, ed ematici, e di foglie bagnate, un tocco di cannella, e poi tanto lievito si’ che quasi ha qualcosa del grano di una birra weiss o dell’orzo maltato di un whisky irlandese. Eppero’ e’ Lambusco, badali’. Allora un’acidità croccante, malgrado l’annata calda, che sa pulire la bocca con passionale determinazione; un residuo zuccherino che lo fa appena abboccato perché subito li’ pugnaci si stagliano i tannini abbondanti, rotondi ed assai terrosi, a portare un corredo di serietà amaricante: “uno schiaffo e una carezza”. Poi il corpo sorprendente, la salinità, la lunghezza, che ne fanno un compagno gastronomico ideale per la cucina tradizionale emiliana e per più ardite sperimentazioni. Perché, presto detto: arriccerà magari un po’ il naso l’ospite tuo che si crede raffinato, ed invero può anche non piacere questo Lambrusco; ma tu un vino così lo vorresti sempre avere sulla tua tavola, compagno ed amico. Si’: con quella sua tessitura un po’ ruvida, ma vera e sincera; in una parola, pura. Allo stesso tempo contadino e signore; orso e di gran cuore. Come sono tanti parmigiani. “Come l’era il Verdi”.

Chiosa: a distanza di quasi un anno ne apro una bottiglia gemella (o quasi: fermentando in bottiglia, ciascuna ha una sfumatura di carattere autonoma, irripetibile) acquistata quello stesso di’ nello stesso negozio; solo che questa ha atteso fin’ora stesa nel mio appartamento, non nell’umida culla di un’appropriata cantina. Che importa, se aprendolo lo trovo ben tonico e perfino ringiovanito? Più bello il colore: fitto, melagrana certo, ma con riflessi ancora purpurei); più serrata la spuma, che abbonda morbida mescendolo e permane frizzante e sottile a titillarti le papille; più centrato e nitido l’aroma, dove la lente indugia su una combinazione pura di violetta e di erbe aromatiche e verdure: gli odori dell’arrosto (la salvia, il rosmarino, l’aglio il sedano e la carota, perfino), che si combinano irresistibilmente con quelli ematici e della carne, cosicché mentre ti schiocca croccante sulla lingua, mentre te la irradia di una scia minerale che sta tra il luccicar della pirite e quello delle stelle e te la chiude lungo e amaricante un po’ come il rabarbaro, un po’ come quella cicoria selvatica che cercava la mia nonna Giulia in montagna (e trovarne ancora in tavola o’ nonna, da te servita con amore!), a gran voce ti chiama l’abbinamento con un’anatra o un oca al forno, ben unta, quei tripudi di carne bianca e grassa così tipici di una certa Bassa. E ti spiace solo di averlo svegliato ora dal sonno questo Lambrusco pieno di carattere, perché “chissà che cosa sarebbe diventato lasciandolo li’ ancora un po’”…ma goditi in fondo -e invece- quella gioia senza colpe che esso ti dona.

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