Evolution White,17th edition, Sokol Blosser, 12 gradi.


Certo che si nota quell’etichetta così colorata, la grande “E” carminio bordata di bianco. Ben studiata, non c’è che dire, un gran lavoro di marketing (l’etichetta sul retro, che spiega la filosofia del vino, non e’ affatto da meno): con quei caratteri vagamente Anni Cinquanta dichiara subito la sua provenienza, Stati Uniti. Sokol Blosser e’ una tra le più antiche cantine di uno stato bellissimo, l’Oregon, che si stende tra i monti e le coste del Pacifico; verdissimo, vario, solenne, affascinante: l’America dei grandi paesaggi, come la sognamo, con certe zone vulcaniche di una bellezza abbagliante. Tuttavia le uve biologiche di questo bianco vengono in parte dalla California. Certo che il blend e’ originale e quanto mai variegato: semillon, riesling, müller-thurgau, pinot grigio, gewürztraminer, moscato bianco e chardonnay. Non riporta nemmeno l’annata, perché nel miscelare si usano accortamente vini con invecchiamenti diversi. Ma insomma, com’è questo Evolution color limone pallido, apparentemente un po’ strambo e contestatore? Buono, parecchio: e’ beverino e non banale, con aromi di bella intensità dominati dalle note del moscato, e lime e pompelmo in evidenza, con tocchi tropicali di lichi, accenni di polvere pirica, ricordi erbacei fitti. Al sorso si offre sorridente e passante, con una bocca leggera ma saporitissima, giocata su un contrasto acido sapido sgargiante e presente, con un residuo zuccherino evidentissimo che ce lo fa dire nettamente abboccato: mi ricorda quasi, nell’insieme, certi vini da fraschetta dei Castelli Romani, in una versione evoluta e rifinita, certamente, che sa restare piacevole nel ricordo con una discreta persistenza. Piacevolissimo insomma, perfetto per un aperitivo, per berlo fuori pasto al tramonto sulla spiaggia o per accompagnare sfiziosi piatti orientali. E sono convinto che saprebbe convertire alla causa del vino parecchie mie conoscenze più avvezze alle birre, alle bibite, ai sidri, ai succhi di frutta. Ecco, però, di converso, la sua debolezza sta forse proprio in quella rifinitura così accurata da far rientrare in un sistema anche certe caratteristiche, se non difetti, di un vino alla buona: come se una persona si fingesse alla mano ma senza esserlo affatto, come un’attrice affascinante se vogliamo, ma insincera (e penso ad un memorabile personaggio femminile che appare in “To Rome with love” di Woody Allen"). Eppero’, caro il mio espertone: se in etichetta avessi trovato scritto, che so, Grillo IGT Sicilia, non sarebbe scattato l’applauso incondizionato, invocando gli aromi del mediterraneo?

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