Sancerre 2011, Domaine Vacheron, 12,5 gradi.


Pochi dubbi: i vini di sauvignon blanc sono, oggidi’, tra i più a-la-page del panorama mondiale: dall’aperitivo al pasto, dal dopocena rilassato su una spiaggia del Pacifico, all’ora cena formale in un costoso ristorante londinese, trovano la loro collocazione e tengono il campo: piacciono al comune bevitore, freschi e profumati come sono, e stuzzicano l’esigente sorbitore (delizioso ironico appellativo – purtroppo, non e’ mio!) con quella loro certa positiva aggressività, con quel profilo più beffardamente sfidante che conciliante morbidamente. E oramai il sauvignon blanc si coltiva in ogni continente e ad ogni latitudine, talora con qualche forzatura: quest’uva, di suo, ama le zone fresche e la sua casa elettiva e’ la valle della Loira, quei vigneti detti centrali proprio perché situati nel mezzo della Francia, dove si trova Sancerre; ed il Sauvignon di quelle zone li’ e’ tutta un altra cosa; perché quella grintosa aromaticità verde, vegetale e di erbe, abbacinante e traslucida, quell’abboccarsi con acidità anodine e quasi brucianti, per un insieme a volte un po’ artificioso, che stupisce ma stordisce psichedelico nei casi estremi, lasciano piuttosto il passo ad un’eleganza più misurata, incline semmai al sorriso più che a al riso sguaiato, pronta al sussurro piu’ che all’urlo. Questo Sancerre di Domaine Vacheron fa della naturalezza la sua sigla; e non solo per le certificazioni biologiche e biodinamiche che esibisce orgoglioso sull’etichetta; ma perché la vedi, la annusi, la senti nella tua bocca. E’ paglierino pallido, ancora con qualche riflesso verde; “unge il bicchiere” ma uniformemente, non lascia lacrime. L’aroma e’ intenso, deciso ma sfumato, quasi mano forte avvolta nel guanto di velluto, riuscendo carezzevole nel suo fondarsi sull’uva spina nitidissima, sulla florealita’ della lavanda (con una dolcezza che è quasi mielata), della rosa bianca, del sambuco; nell’accompagnarsi alle pesche, alle albicocche; mentre l’asparago ed il peperone verde – note dure, associate tipicamente al Sauvignon Blanc, compaiono qui solo come una trapuntatura finale, rifinita col velo lontanissim, come una sordina ed ai limiti del percettibile, , di affumicatura dei legni di affinamento. Sul palato, trovatolo secco ma non amaro, ne apprezzerai la leggerezza piena di un corpo che quasi stenti a dire mediano, sposata a una trama fitta e salda, saporita con richiami fedeli agli aromi, ricca di tensioni interne risolte però in una flessibilità sinuosa e passante, soprattutto carezzevole e quasi cremosa, sospinta da un’acidità’ vivida che rinfresca come una brezza, una lunghezza decisa che progredisce costante tenendo bene a bada quell’alcol comunque contenuto per gli spesso sovrabbondanti standard contemporanei, vedendo persino l’aggiunta non sgradevole d’un lievissimo sentire di vaniglia, non più che lo sfiorare di un tasto su un’immaginaria tastiera a completare aureo un accordo. Forse non l’amerai perché complesso, ma per come declina, trovando accenti di grazia rara e proporzioni perfette, una sua idea di semplicità. Frutti di mare e crostacei, anche e soprattutto crudi; formaggi a crosta bianca (oh,con quelli di capra!),risotti delicati, uova: questi saranno con lui i compagni del tuo piacere.

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