Bilaccio 2010, Toscana IGT, Az. Agr. Il Borghetto, 14,5 gradi.


Giunsi la prima volta a Il Borghetto una grigia mattina di febbraio ed una malinconia sottile, silenziosa, sembrava accarezzare i fianchi delle colline di quel verde quasi argenteo che è proprio dell’inverno toscano. Quando si pensa al Chianti Classico non è San Casciano il primo paese che viene in mente, semmai Radda, Castellina…ed in effetti qui siamo in Val di Pesa, cioè fuori dalle zone dell’antica Lega del Chianti; eppure il paesaggio e’ morbido e struggente, quasi volesse aprirsi all’affaccio su Firenze: i poggi solatii hanno una magia sospesa e i cipressi solitari, le piccole pievi, le ville e i castelli che li punteggiano ordinati, sono pause e sospiri in un armonioso discorso musicale. Nascono grandi vini a San Casciano, da sempre si vorrebbe dire: qui sta Antinori coi suoi secoli di storia ed i suoi milioni di bottiglie. Il Borghetto e’ di contro una realtà molto piccola, solo poche migliaia di bottiglie e qualche ettaro di terreno; ma è una boutique ed ha saputo tracciare in pochi anni un sentiero personalissimo e intrigante, grazie alla cura estrema in ogni gesto: quante cantine trovi dove si parcellizzano le vinificazioni con tale miniaturistico rigore, da far quasi parlare la singola zolla? E -chi lo ama lo sa- il sangiovese e’ ignorante, bizzoso come una gran dama: generoso e’ vero nel darti tanta uva, ma avaro ed avido di cure se la qualità da lui desideri. Questo Bilaccio, che usciva un tempo con l’insegna di Chianti Classico, scommette sul sangiovese solo, 100%, tentando un volo leonardesco e senza rete, sfidando un po’ sia l’usanza che la moda chiantigiana, dove altre uve proteggono e riparano dalle intemperanze del clima e dagli errori dell’uomo. Eccolo dunque ancor giovane nel calice, rubino trasparente luminoso e bellissimo, che è un piacere riguardarlo mentre sta fermo o danza luminoso, gioioso e leggero. Profumatissimo e nitido, intenso, finissimo e morbido, offre quantità di frutta rossa fresca e fiori, traboccanti ceste di vimini diresti, appena riportate dai campi cariche di ciliegie e di fragoline di bosco ed ornate di rose, viole, gerani; giungono poi tocchi di mirtilli e ginepro; ed ancora accenni di cuoio, rabarbaro, liquerizia, una speziatura fine ed incenso, pietra bagnata, quasi fossero dettagli che emergono dallo sfondo scuro di un dipinto ad olio; e vaniglia: si’, proprio quella tipica di pregiati carati nuovi. Fresco alla bocca, centrato e compatto, si distende sul tuo palato elegante, continuo, dinamico, con un corpo pieno ma snellissimo, innervato di mineralita’, dal tannino impalpabile ma ben presente e dalla bella acidità vividissima in bilanciamento perfetto con l’alcol, si’ che questo la smussa e quella lo ravviva. E’ lungo e irradiante, mosso da una tensione interna che non è nervosa, ma pura disposizione dell’anima, ripetendo nei sapori i suoi aromi come uno specchio perfetto ricrea le immagini secondo una proporzione aurea, ricamando la trina di un merletto. Però anche qui torna quel tanto di vaniglia, di legno nuovo: si sente il carato come nei Borgogna più giovani ed ha veramente qualcosa del Vougeot e dello Chambolle Musigny, quasi che, si’, potresti scambiarlo per un Pinot Nero. Buonissimo dunque, ma anche tipico? Confesso di sentirmi inadeguato a rispondere oggi, sarebbe da riassaggiare tra qualche anno, sulla distanza, allorché il sangiovese avrà modo di esprimere il suo carattere appieno: perché, malgrado un certo calligrafismo, del sangiovese senti già l’energia maschia e ribelle su di un corpo femmineo.

Per saperne di più: http://www.borghetto.org

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