Montevertine Riserva 1997, vino da tavola, 12,5 gradi.


E’ Pasqua. I miei cari riuniti intorno a un tavolo nella casa avita: attimo breve e fuggente di grazia relativa. Ecco allora che giunge il momento di una bottiglia che non pensavo mai di aprire, unica e tra le più preziose della mia ormai non piccola collezione: Riserva 1997 di Montevertine. Ero bimbetto o poco più quando regalai a mio padre una garzantina – dalle pagine già ingiallite ed odorose di carta vecchia- sui vini italiani, e che poi lessi avidamente io. Fu quella la prima volta che sentii i nomi per me mitici di Sassicaia, Tignanello, Tegolato, Bruno di Rocca e del Pergole Torte di Montevertine: quest’ultimo sopra tutti mi si stampo’ nella mente, mentre lo imparavo modello di vino toscano tradizionale e antico, liberato però sia dalle incrostazioni della civiltà industriale che dai compromessi di quella contadina, restituendolo ad una purezza assoluta e ideale in grado di parlare al gusto moderno, come fecero i maestri del Quattrocento con l’arte dell’Antichita’. Allora, però, chi frequentava le enoteche? Vini, quelli di Montevertine, fini, da amatori, quasi esoterici e da adepti di una piccola setta -era l’epoca di grossi e densi liquidi di gusto internazionale- dove li trovavi? Un giorno, anni dopo, miracolosamente e chissà come, questa bottiglia materializzatasi all’Ipercoop di Massa e Cozzile, che comprai memore di quel libro Garzanti: e c’erano ancora i miei nonni nell’estremo inverno della loro vita e chiedendo loro il permesso la lasciai sulle mensole del sottoscala fresco, buio, incrostato di anni, che si svolgeva silenzioso come una piccola grotta segreta e polverosa nel cuore della vecchia casa, tranquilla fra i campi. Non ci sono più loro, ne’ le tre persone citate sull’etichetta: Sergio Manetti, creatore e anima di Montevertine, Bruno Bini, cantiniere e uomo di vigna, Giulio Gambelli, maestro assaggiatore: curano, penso, le viti del Cielo. Montevertine Riserva 1997, sangioveto e canaiolo, fermentazioni in cemento e affinamento botti grandi: un inno alla semplicità più autentica di un territorio, ancora etichettato come Vino da Tavola per una ironia legislativa. Ecco: mi trovo ad aprirla per un trasporto di amorosi intenti almeno 12 ore prima del pranzo pasquale, nel cuore della notte, per ritrovarla sulla mensa il giorno seguente con un tenerissimo, delicato arrosto d’agnello. Già allo stapparla assaggiai questo vino, subito e ancora così incredibilmente profumato, meravigliandomi per l’immediato equilibrio che malgrado l’età’ veneranda sapeva di giovinezza; e più ne gioisco a tavola. Davvero ha diciassette anni questo vino? Davvero tanta bellezza ha resistito al tempo, che scorre e tutto sottomette come ruota, lasciandosi plasmare tra le sue mani come creta in forme meravigliose? Rosso rubino trasparente e tendente appena al granato, bellissimo come il tramonto struggente di un giorno che non vorresti finisse; un po’ velato semmai, proseguendo verso il fondo della bottiglia, come la nebbia che copre i ricordi, come le lacrime che confondono lo sguardo; ed archetti irregolari disegna, lenti: ricordano pioggia indolente e pigra che bagna i campi e rigenera la vita. Colore delicato il suo, colore antico, che mi ricorda i velluti stinti delle sale della villa Garzoni di Collodi, dove amavo perdermi bambino sfumando assolati pomeriggi nei lunghi crepuscoli. E, come in quelle sale, un aroma intenso e infiltrante, indimenticabile, risale dal calice; antico anch’esso, carico di storie e di sogni sognati e da sognare: odore della cera d’api stesa per secoli sui pavimenti di cotto, e di ferro e di ruggine delle antiche inferriate battute e ridotte in foggia di aquile, a limitare gli accessi di immaginifici cancelli del tempo oltre i quali tentare la fuga verso altre dimensioni; e ciliegie ancor fresche di rugiada, e fragole, e amarene, e susine nere, e cocomeri e corbezzoli; e petali di rose, di violette, di iris, di giaggioli; di iodio; di muschio; delicatissimamente: di zenzero, cola, noce moscata, chiodi di garofano, pepe nero, vaniglia; foglie di alloro, di tabacco, di te verde e nero, di ginepro, di funghi; ma come in un sogno, perché e’ un susseguirsi continuo e fuggevole di immagini e sensazioni: ecco la crosta di biscotti al burro, ecco le mandorle secche, ecco le foglie di eucalipto, ecco l’erba selvaggia che cresce sulle rive del Padule e sugli argini del fiume; ecco quell’intenso afrore di terra, rovo, salsedine, quando al meriggiare agostano il mio babbo mi portava sui promontori assolati di Lacona, con le rocce nere, verdi serpentine e rilucenti di pirite che brillavano nella luce intensa di una segreta vibrazione. E l’asfalto e il petrolio e la terra bagnata. E potrei continuare, perché lui è cangiante e vi ritrovo tutta una vita di ricordi concentrata in un bicchiere, girandola rotante come il mondo ti appariva quando andavi sulle giostre e sorridevi alla vita. Non ti stordirà però, non ti girerà la testa: discrezione e armonia sono la sua cifra. Prendine un sorso piccolo, e lui si farà grande, irradiando e espandendosi nel tuo palato come un suono di campane nello spazio aereo, come i centri concentrici che forma una pietra gittata nel fiume: non ha bisogno di invadertelo per imporsi, ma ti racconterà la terra ed il cielo di Radda, con la purezza stessa e la leggerezza cristallina e minerale di un’acqua di fonte, rinnovando ancora le sensazioni e i ricordi dell’olfatto persino con maggior vigoria, con l’energia medesima primigenia e naturale del buttar dei germogli in primavera. Nitidissimo sarà allora il suo attacco sulla tua lingua e si svolgerà poi freschissimo nella tua bocca, dipanandosi in una traccia luminosa di tensione interna, quasi arcobaleno corposo ma snellissimo, carezzevole e vivido, dai tannini finissimi come un niente ma che decisi puliscono il palato, con un’acidità danzante ed allegra del sorriso dei putti di Donatello. Sempre sostenuto da una salinità quasi marina, lo troverai scattante, ma privo di frenesie, con nobiltà e distinzione. Lunghissimo nel persisterti sul palato, ha la stessa bellezza essenziale ed austera di un polittico trecentesco su fondo dorato: le figure immerse un mondo ideale, ignaro ed estraneo alla dimensione del tempo, lontano dalle miserie umane, compreso e concluso nel suo solitario splendore. Meritava questa bottiglia di attendere ancora nel buio silenzio della cantina? Forse si’, probabilmente tanta altra strada avrebbe avuto ancora davanti; ma oggi abbiamo festeggiato la vita.

Per saperne di più’: http://www.montevertine.it.

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