Pinot Bianco Vorberg Riserva 2008, Cantina Terlano, 13,5 gradi.


Ho girato a lungo l’Italia, per lavoro, dalle Alpi alla Sicilia, riempiendomi gli occhi dei paesaggi e dei visi della gente; le coste, il mare, le valli, le colline, le montagne, la struggente bellezza che porto con me. Le pietre e la terra e le mani caparbie che nei secoli le hanno modellate, creandone arte. Bolzano e l’Alto Adige, dove già senti la cultura latina fondersi con quella tedesca, hanno quella dolcezza malinconica delle terre di confine, destinate a restare eternamente sospese in una dimensione tutta loro, come avvolte in un impalpabile guscio avvolgente, quasi la realtà che si agita intorno ad esse non potesse alterarne l’essenza. Bevo questo Pinot Bianco a sei anni dalla vendemmia, in un età che per molti vini e’ già di decadenza. Dodici vignaioli traggono l’uva tra i 350 e i 900 metri di quota dalle piante più vecchie, allevate in pergole sulle terrazze vertiginose di Vorberg, strappate al bosco come una cascata verde, formando gallerie vegetali che diresti di giardino barocco; qui però non sussurri ed amori nascondono, ma il perpetuarsi del lavoro faticoso e cocciuto di gesti senza tempo che le macchine non possono sostituire; e quel suolo ripido, sabbia e ciottoli che nascono dalle dure rocce porfiriche, esposto a mezzogiorno, e’ uno tra i cru che incoronano il villaggio di Terlano e dovrebbero renderne il nome famoso nel mondo, come il borgognone Montrachet sta a Puligny. Riluce nel calice carico giallo limone, quasi raccogliesse i trecento giorni di sole abbagliante delle alte quote, lacrimando archetti irregolari e lenti come neve che al sole si scioglie e percola. Già solo al riguardarlo suggerisce forza e concentrazione superiori, ricche ma severamente controllate. Sguardo, olfatto, gusto: dall’uno all’altro trascolora naturalmente, quasi sostanziasse manifestazioni diverse di una stessa energia. Ecco allora che l’aroma intenso e complesso si svolge in rimandi continui e concentrici, ogni esalazione come un sasso gettato in un lago crea ed espande le sue onde: ed avrai il melone, la pesca, la mela e la pera gialle, le arance sanguinelle, cedro e bergamotto, tutti frutti al limitare dell’estrema maturazione; poi la cotognata, le albicocche secche, mandorle e nocciole; uno spunto appena di petrolio, quasi da Riesling, e di formaggio blu piccante, e di erbe aromatiche essiccate in trito minuto; ricordi muschiati e di corteccia di abete che si aggrappano ad una mineralita’ di pietre stillanti; ma tutto con estrema sussurrata discrezione, al punto che ti è impossibile indovinarne l’affinamento prolungato in vecchie botti grandi, perché non trovi sentore alcuno del legno: forse, lontanissime come una voce attraverso i millenni, leggerissime velature fume’ ed una polvere appena di vaniglia. Al sorso poi esprime tutta la sua energia, ma nella morbidezza tattile di seta, cashmire, velluto, secondo il settore in cui ti sfiori la lingua, al punto che l’acidità viene riassorbita in una dimensione sferica, sensualmente cremosa, piena e salina, seppur dotata di un residuo zuccherino importante per un vino secco, in un susseguirsi di freschezza ed avvolgenza, con rimandi a ciò che avevi percepito nelle nari, ma virando ancor più verso gli agrumi, a sostenerne la beva con la spinta della freschezza. Energia gentile la sua, dominio di un corpo ampio ma femmineo, così ricco e -verrebbe da dire- mediterraneo, che non ho esitato a sposare con una portata di mezzi rigatoni a cacio e pepe. Quanto goloso il suo attacco, tanto rimani triste tu al dissolversi del suo gusto: non e’ lunga abbastanza la sua persistenza o troppo grande e’ il tuo desio? Finisce in fretta questa bottiglia, eppur tu ancora ne vorresti per meditare comodamente accoccolato, o per giocarvi gli abbinamenti più diversi: saporite impepate di cozze, ricchi primi di scoglio, pescato nobile, ma anche carni e pietanze varie dove una speziatura di zafferano giochi la sua parte. Oppure, ancora, vorresti non averlo stappato perché il tempo, e’ sicuro, sta dalla sua: se vai a Terlano ne troverai bottiglie di trenta, quarant’anni perfettamente evolute. Rimane nel calice vuoto la gioia di una certezza, di un valore saldo che rimane, di un vino che è nasce sulle Alpi, ma guarda al calore del sud. Allora la Cantina di Terlano, che opera dal 1893 resistendo a due guerre mondiali -quasi che la durezza delle rocce di porfido vulcanico si fosse trasfusa negli spiriti di questi viticoltori- e le terrazze del Vorberg mi appaiono stasera come le colonne d’Ercole che serrano sicure, immutabili, la Patria mia tradita. Tu, se m’ascolti, non lo mortificare: godilo non troppo freddo, in calici ampi.

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