Chianti Classico Villa Sant’Andrea 2006, 13 gradi.

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 23/08/2013 Stasera volevo una bottiglia cosi’, per aprirla al volo, senza il debito tempo del riposo e dell’ossigenazione. Voglia immediata di sangiovese, e piu’ ancora di Chianti.  Avevo li’, nel mio fresco ombroso sottoscala il Chianti Classico di Villa Sant’Andrea: non una bottiglia di prima fila, non un gran nome. Ne ho ricordi ambigui:ricordo una riserva 2005, dilavata. Qui pero’  ho un 2006: in Toscana fu un’ottima annata (me lo dissero a Selvapiana, me lo dissero a Poggio di Sotto: praticamente universi geografici e climatici differenti). E lo apro dunque, per berlo subito, senza alcun indugio, senza concedergli alcun tempo di respirare. Immediata, pero’, ho la felice epifania di un Chianti Classico vero, secondo tradizione: ed e’ sempre una gioia. Fin dal colore suo bello, rosso rubino trasparente, ma profondo; capace di disegnare una trama di archetti fittissima e finissima sul bordo del mio calice, che mi da’ un piacere estetico purissimo e raro, rammentandomi un rosone di una cattedrale gotica. All’olfatto -di media intensita’-  e’ brunito, ed accanto a note di ciliegia e marasca regala gia’ la pelle, il sottobosco, gli umori della terra bagnata. Peccato pero’:  svanisce subito, nel giro d’un’ora, velandosi con note quasi casearie; per poi ritornare timido, piu’ fine, piu’ speziato, piu’ infiltrante, seduzione femminea in chiaroscuro, intravista dietro le imposte chiuse, in un pomeriggio di mezza estate. Arrivando ancora, col passare dei minuti, a ritrovare fresca, sottile, luminosa, una nota di fragolina di bosco prima, e di polposa fragola poi.  Resta sempre salda, invece, la bocca: sentila! Di proporzioni eccellenti, ne’ diritta, ne’ larga, ma al contempo fresca ed avvolgente; saporita, bilanciata, non troppo alcolica; in un parola: armoniosa, giusta figlia delle colline di Montefiridolfi, in quel di San Casciano. Chianti di versante fiorentino, leggero ma di corpo, grazie al tannino abbondante ma finissimo, all’acidita’ alta e decisa, ricco di frutta di bosco saporita, rossa e nera, e di prugne e di ciliegie, persino di chiodi di garofano, foglie di te’ e pomodori secchi; lungo quanto basta per depositarsi nel ricordo, tra un sorso e l’altro, senza soluzione di continuita’; con un fare carezzevole, viscoso, morbido: ecco i tradizionali canaiolo e colorino che si fondono all’imperioso sangiovese.  Su una bistecca al sangue, su formaggi saporiti; sulle verdure grigliate, perfino; narrando una favola senza pretese, ma intimamente, veracemente toscana. Amico, amica cara che mi leggi, ti confesso: vorrei averlo sulla mia tavola di ogni giorno, col pane sciocco cotto a legna, con l’olio d’oliva dei colli che amo e magari un piatto di fagioli – cannellini, zolfini, di Sorana, rossi lucchesi- e tanta pace al cuore;  ringraziando ogni giorno per quella mensa. Ma, peccato: era l’ultima bottiglia.

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