Moulis en Medoc 2008, Chateau Chasse-Spleen , 13 gradi.

6/7/2013 Chateau Chasse-Spleen ha una storia antica ed un nome curioso: per le sue origini bisogna risalire al 1720, in pieno Illuminismo; ma per il nome c’è una storia romantica. Pare infatti che Lord Byron, in viaggio verso il sud Europa e trovandosi in difficoltà, venisse ospitato dalla famiglia proprietaria dello Chateau, che gli offrì del vino. Questi lo gradì, dicendo che “cacciava lo spleen”, ovvero la malinconia e la noia di vivere. Ora io ce l’ho nel mio bicchiere e…chissà? Chateau Chassé-Spleen è tenuta non piccola (e delle grandi cantine diffido), e siamo a Moulis en Medòc: certo, Margaux è li’ a due passi, tuttavia Moulis non è un villaggio decantanto, non riempie col suo nome la bocca di chi cerca non il vino nella bottiglia, ma lo status sociale sull’etichetta. Io curioso lo verso; lui scende nel calice ampio svelandosi rosso rubino, bellissimo e giovanile, trasparente, con riflessi ancora purpurei, modulando archetti capricciosi sul vetro, frastagliati. L’aroma è intenso, appassionante, serio,seducente, femminile; tutto quel che ti aspetti da un grande di Bordeaux: nitidissime la noce di cocco e la vaniglia; poi la frutta freschissima e matura: la nera (mirtilli, more, prugne), ma soprattutto la rossa: ciliegia, lampone ed una sorprendente, vivida,  intensissima appena lo apri, fragola carnosa, concreta, rinfrescante. Su tutto,  una nobile velatura di cera d’api, a creare una distanza, un cannocchiale prospettico che ne evidenzia l’armonia,  l’emergere incantato delle torri di un castello dalle nebbie. Un aroma il suo  -si diceva- serio, composto; ma che attraverso le nari ti stuzzica, ti invita alla beva. Che si fa desiderio insopprimibile e gioiosa sorpresa: perché sulla bocca subito guizza leggero, danzando sulla lingua come una ballerina col tutù, pervadendo gioioso il palato e il cavo orale come la risata di Bacco; perché il corpo c’è, ma non è prevaricante; anzi  è scorrevole, passante, delicato, vivo, carezzevole e scherzoso. L’acidità è luminosa, ma non ti abbaglia; il tannino c’è -eccome- ma ha la consistenza di una cipria; e il suo sapore è più irradiante che avvolgente, è leggero e soave, senza pesantezze. Fosse una persona, sarebbe di quelle che sulle prime sembrano tanto austere, ma che in fretta scopri divertenti e giocose. Qui è la sua eccellenza: la sorpresa impagabile di un Bordeaux del Medòc vero (infatti tanto cabernet e un po’ di merlot e di petit verdot), ma bevibile, invitante, non monumentale, finalmente col volto sorridente e umano, che si presenta a braccia aperte; quasi, verrebbe fatto di pensare, un Bordeaux quotidiano. Non c’è che dire: il buon vecchio Byron, ne capiva! Perfetto sulle carni, l’ho gustato con piacere estremo su una zuppa di cipolle alla maniera antica toscana: senza il formaggio. Ha una bella vita davanti a sé; ma come resistere, e non berlo ora?

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