Barbaresco 1995 Cantina della Porta Rossa, 13,5 gradi.


Fu l’anno della mia maturità il ‘95: noi di un liceo classico privato del centro di Milano mandati a Bruzzano per le prove scritte e orali, con le galline fuori che crocchiavano sui pochi prati di periferia. Che estate! Bella, soleggiata, serena, aperta alla vita. Le risate, le speranze, le vacanze a Ponza, gli amici, le ragazze. Era già l’epoca in cui il sabato mi fermavo a lungo con gli amici in chiacchiera davanti alla scuola; non veniva più mio padre a prendermi con la BMW antracite o la Tipo verde oltremare per quei pranzi invernali, quelli del biancostato bollito -tenerissimo- con la salsa di rafano e, spesso, una bottiglia di Barbaresco: la mia prima vera infatuazione per un vino che non fosse un Chianti toscano. Ne amavo la diversità orgogliosa, potente e nobile a un tempo: come leggevo in un vecchio libro, “il lucente bagliore dell’armatura di un condottiero”. Frugo nella mia cantina per cercarvi le bottiglie per il pranzo di Natale e trovo questa di vino vecchio di 18 anni: tanti ne sono passati da allora, eppur mi sembra ieri; e capisco all’improvviso il senso di quell’argento che mi s’affaccia alle tempie, che mi bisbiglia parole che non voglio ascoltare. Eccolo qui. Poco resta, dopo tanti anni, della gloriosa lucentezza, dell’energica freschezza giovanile. La sua tinta già si è fatta brunita, trascolorando il rubino fin oltre il granato. Eppure, che fascino emana; come uno sguardo melanconico in cui specchiarsi ritrovando traccia di se stessi, dei propri pensieri, quasi una specola oscura da cui sondare le profondità e le infinite pieghe del proprio spirito; cercando risposte nelle lacrime che scendono lente, indifferenti e mute sui bordi del calice ballon. Ricordi di vecchie versioni latine: gli aromi inalati per ispirare i vaticini delle Pizie. Qui, invece, un liquore mentolato distintamente sussurrando sprigiona odori di liquerizia, petali di viole e rose canine, chiodi di garofano, noce moscata, foglie di the’, terra bagnata, grafite, confettura di mirtilli; arancia amara, chinotto, cedro essiccati; tartufo, polvere di cacao amaro, prugne nere, lamponi; con una qualità cangiante e instabile che spiazza e annichilisce. Il suo corpo in bocca e’ pieno, stretto in un maglio poderoso di acidità spiccatissima che tutto sorregge e tannino fine, monumentale, che mordono non placati sulla bocca a discapito di componenti più morbide e fruttate, lasciate in secondo piano per formare la quinta di un gusto sottile, ma di lunga persistenza. Ancora una volta l’instabilità e’ la sua cifra: più inapprocciabile o più disteso secondo il momento, l’istante in cui lo cogli; e bada che l’ho bevuto dopo 12, 18, 24 ore e a più riprese. “O Fortuna, velut luna, varia et variabilis”. Il senso di questo momento della mia vita: il Barbaresco del ’95 della Cantina della Porta Rossa di Diano D’Alba -tradizionale, assemblaggio delle uve di diversi vignaioli e luoghi come usava un tempo in Langa- non mi può rispondere; ma intorno a lui ci siamo radunati in famiglia confondendoci nel nostro calore, intrecciando storie del presente e del passato, racconti di noi; segnando punti della nostra traiettoria, nella speranza senza voce ne’ parole di una eterna rinascita, silenziosa accorata preghiera: il significato del mio Natale. Ravioli in brodo, un fagiano, un cappone; i propri cari.

Per saperne di più: www.portarossa.it

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