Colli Euganei Merlot DOC 2008, Urbano Salvan, 13,5 gradi.

L’intenditore chic – e chiunque abbia visto Sideways – non ama il merlot. Io, che pure non l’ho mai amato, nemmeno miscelato in uvaggio insieme ad altre uve, ho cominciato invece a guardarlo con la tenerezza che si riserva al brutto anatroccolo. Perché, diciamocelo: se certi vini da merlot in Italia sono nati per moda, con l’intento di stupire, larghi e piacioni  per strappare prezzi stratosferici – talvolta immotivati – tanti altri invece raccontano storie più antiche, dignitosamene contadine o distaccatamente nobiliari. Perché il merlot è uva generosa, che docile si adatta a terreni infelici e climi freddi; e facilmente si vinifica, dando un vino piacevole, corposo ed avvolgente al palato. Così, dopo che la fillossera distrusse le vigne tra Ottocento e  Novecento, tanti lo piantarono -nel nostro Nordest soprattutto-a sostituire vecchie varietà, per riavere in fretta il vino; e generazioni ne bevvero, ristorandosi dalle fatiche agrarie, dal lavoro delle fabbriche, dalle miserie quotidiane. E’ sciocco ignorare tutto questo e  far di tutta l’erba un fascio. Questo Merlot Riserva dei Colli Euganei dell’Azienda Salvan mi racconta quella storia, con orgoglio e dignità, fin dal colore; dove il rubino di media concentrazione si tinge appena di granato ai bordi: una veste demodé, a rimarcare un lungo affinamento in botte grande; pratica ormai desueta, ma che fece grande la nostra enologia. Appena aperto, ci restituisce sentori da vino di vecchia concezione: riduzioni ne velano l’aroma, una volatile insistente ci punge, un diffuso odore di quel che gli inglesi chiamano elegantemente “farmyard"lo appesantisce. Ma e’ solo l’inganno di una timidezza antica, di una donna che vuol essere svelata nel buio e col tempo. Riposa dunque bottiglia una giornata intera, il foro ben coperto da una garza; finché torno da te e finalmente ti trovo: finalmente calda, finalmente pulita al mio naso; dove ora son le prugne mature, le bacche di mirtillo, le more selvatiche, i lamponi, il ribes, in un bella intensità misurata, riservata, non diretta, ma saggiamente celata. Più sotto, note verdi di sedano, foglie di tabacco e torba, lievi ricordi di pelle e di affumicatura; ritorna quel "farmyard”, ma ora è solo un ricordo lontano, intrigante, di un’aia nel silenzio del crepuscolo, all’ultimo stridere delle rondini.  In bocca il suo corpo è medio, ma flessuoso; largo più che dritto e lungo; sornione più che impetuoso o autoritario. Eppure intenso è il suo sapore,  importante il suo tannino, vivida la sua acidità; e persiste sul palato. Un po’ scomposto ed arruffato, come un gatto che si gode il sole accoccolato su un davanzale, roteando la coda, guardandoti fisso, sfinge rustica ed elegante; che, lo sai, alla bisogna non manca di graffiare. Sui piatti più sapidi  della tradizione contadina, come pollami nobili lungamente cotti allo spiedo, sugosi, odorosi di legna. Io, per brevità, l’ho gustato sulle chiocciole col sugo di salsiccia ed un mio sentimento di casa.

Per saperne di più: http://www.salvan.it/italian/index.php

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