Pinot Gris Reserve 2009, Zind-Humbrecht

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Dici Zind-Humbrecht, e già il nome dolce e severo ti ammalia e ti parla di un confine, di quella terra d’Alsazia a lungo contesa tra Francia e Germania; ma mai davvero dell’una o dell’altra: sempre padrona di sé stessa, della sua unicità. Dici Zind-Humbrecht e ti si para davanti una storia di viti e di vini, dal 1658: sempre nuova e vitale; la forza dei terreni compositi in misura stupefacente ( vulcanici, calcarei, gessosi, basaltici: e tal quali si riverberano nei vini), posti su colline con pendenze così estreme da rendere impensabili altre lavorazioni, se non manuali. Biodinamico: ma non una imprecisione potrai mai trovare nei suoi vini, non un aroma men che nobile; solo, un mondo a sé, che porta a vini così diversi di annata in annata da dover recare un indice a caratterizzarne il profilo, se più o meno ricco di residuo zuccherino, ferma restando la tipologia di vino da pasto e non da dessert. E la bottiglia così affusolata, e sinuosa come una Madonna lignea del ‘200 francese; e l’etichetta, col giallore che prelude al vino. Questo Pinot Gris, di indice 3: giallo tenue, ma con riflessi infiniti, che assume un colore, direi infine una tinta diversa, secondo come lo percuote la luce, quasi gotica vetrata. L’aroma è sognante, ti avvolge di una mela ignota, una varietà antica; e poi la pesca, la susina, l’albicocca, fuse e meravigliosamente intrecciate, ma che emergono con una intensità-soprattutto- di un mondo non nostro, che forse più non esiste o forse abbiamo soltanto sognato. Ed il sorso ampio e corposo, vellutato ed elegante, di appagante morbidezza, segreto, che svela  nel suo distendersi i tesori: perchè è sulla maestosa chiusa che ti giunge il dolce, l’enorme sua inattesa, spiazzante dolcezza; ma, come in un accordo musicale di poderosa orchestra, simultanea l’affianca una salinità vivida, decisa, rinfrancante. Cosi naturale nello svolgersi, così cullante nelle sue note di frutta e semplice da bersi, che lo diresti un sidro, ma creato per gli dei. No, non è questo un vino a noi presente e contemporaneo, e nemmeno gli si adatta il nome di antico. Arcaico, questo è: è il vino che potevan bere gli amanti dell’Amor Cortese, tra una ballata ed un sirventese; in un orto concluso, tra siepi e melograni; lasciando, di là del muro, guerre, miserie ed orrori.

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